Sara, la prima madre famosa a ridere, la troviamo nella Bibbia: nella Genesi Abramo e Sara ridono quando l’angelo di Jahvè,nonostante la loro età avanzata, annuncia alla coppia la nascita di un figlio che darà loro una posterità innumerevole. Sara, sentite le parole dell’angelo, non poté fare a meno di pensare alle implicazioni sessuali della promessa. Ella, rugosa, sterile, in nome del suo buon senso ride dell’inconcepibile: “Ora che sono sfinita, conoscerò il piacere! E mio marito, che è un vecchio!” Ma Yahweh disse ad Abramo:“Perché Sara rise, dicendo: Devo partorire, vecchia come sono? C’è qualcosa di troppo meraviglioso per Yahweh?” […]. Sara per paura negò: “Non ho riso”, ma lui rispose: “Sì, hai riso.”
Giovanni Battista Tiepolo, Apparizione dell’angelo a Sara, 1727-’29, Palazzo Patriarcale, Udine


Questo è solo uno degli esempi di come fin dai tempi più antichi il riso femminile sia stato visto come espressione dell’istinto, del turbamento, della follia femminile che quindi andava represso affinché la donna potesse realizzarsi come soggetto sociale.
L’iconografia e la poesia generalmente per tutto il medioevo e oltre preferiscono illustrare la perfetta felicità della donna attraverso la serenità di un volto immobile lasciando al diavolo le smorfie facciali della bocca che ride o le contorsioni del corpo che ondeggiano al ballo.
a sx Diavolo, Codex Gigas, XIII sec., Biblioteca Reale di Svezia a Stoccolma.
A dx Simone Martini, Chiara d’Assisi, c. 1317, chiesa inferiore Basilica di San Francesco,Assisi.


Se molti artisti, tra cui Leonardo, conservano nei ritratti femminili ancora l’impronta di una risata beata, poco a poco, nell’età classica prevalse la diffidenza verso il riso femminile, vale a dire verso un corpo prigioniero del piacere, e nei ritratti solo gli occhi, con la loro luce, dovranno suggerire la presenza di una profondità invisibile.


a dx François Gérard, S. Teresa, part., 1827,
Infirmerie Marie-Thérèse, Paris.
In molti Paesi l’esibizione dei denti è considerata un segnale di seduzione.
Nei manuali e i trattati di buona educazione per “signore”, nati già nel ‘400, si continuò a sottolineare come ridere fosse sconveniente, andava contro l’etichetta: procurava fastidio agli altri perché rumoroso, attirava su di sé l’attenzione ed evidenziava i difetti del corpo.
Tali rigide regole erano valide in qualsiasi ambito, compreso quello della pittura. Ancora nel 1787 l’autoritratto con la figlia di Vigée Le Brun provocò scandalo perchè sorrideva mettendo in mostra i denti.
a sx Angelo Caroselli, Vanitas, 1620 -1625, Gall. Naz. d’Arte Antica, P. Barberini, Roma.
a dx Elisabeth L. Vigée Le Brun, Autoritratto con la figlia, part., 1786, Museo del Louvre, Parigi.


Nell’arte ci sono solo bambini e bambine (pochissime) che ridono: a loro ciò è concesso perché non hanno ancora raggiunto “l’età della ragione”.
a sx Simon Vouet, Ritratto di bambina con colomba, 1620-1622, Museo del Prado, Madrid.
a dx Giovanni Francesco Caroto, Bambino con disegno, 1523, Museo di Castelvecchio, Verona.


Le donne nei ritratti ridono a bocca aperta solo se l’artista vuole mettere in scena la bruttezza, o raffigurare l’ubriachezza. Solo la pittura di genere olandese in pieno XVII secolo mostra senza falsa modestia la gioia del corpo e la conoscenza dei piaceri che procura.
a sx Frans Hals, Malle Babbe (o La strega di Haarlem), 1633-35 ca, Gemäldegalerie, Berlino
a dx Jan Steen, Coppia a letto, 1665-1675, Museum Bredius, La Haye.


Le donne già nel 1600 potevano leggere ed entrare in contatto con letteratura “indecente”, dal linguaggio camuffato da eufemismi che poteva produrre una risata complice tra gli iniziati. Le donne di questa nuova società possono scegliere se ridere o arrossire; se ridono lo fanno “di nascosto”, magari dietro il ventaglio. Quali che siano le prescrizioni dei manuali di galateo, le donne non temono di far sentire i loro scoppi di risate quando si trovano tra loro.
a sx Pietro Antonio Rotari 1707-’62, Ragazza con ventaglio
a dx Charles Soulacroix, Afternoon Tea for Three, part., XIX sec, collezione privata.


Risata innocente e risata assassina: due aspetti della risata femminile.
La donna del XIX secolo resta bloccata nella sua immagine: i suoi slanci di allegria sono sempre visti come esempi di puerilità o frutto di pulsioni bestiali. Nella letteratura dell’800, nei libretti d’opera, si afferma la figura della “grisette”, ragazza sempre allegra ridente nonostante la povertà. Queste ragazze hanno conservato la felice innocenza di un bambino e ciò guadagna loro la benevolenza maschile venendo percepite come “donna angelo”. Al loro riso e sorriso innocenti fa da contrappunto il riso castrante, corruttore ricorrente nel mito femminile dell’incantatrice, alleata del diavolo che ride per meglio ingannare l’uomo.
a sx Bella Alten in Musette nè “La Boheme”, esibizione al Metropolitan tra 1905-1907.
a dx Henri Regnault, Salome, 1870, Metropolitan, NY



Donne di spettacolo: cantanti, clownesse, attrici comiche, sceneggiatrici, registe, ecc. ecc. …
Nella conferenza si prendono in esame diverse figure del XIX e XX secolo che hanno reso la risata femminile via via sempre più libera espressione di una donna.
a sx Henri de Toulouse-Lautrec, La clownessa Cha-U-Kao al Moulin Rouge, 1895,Kunst Museum, Winterthur, Svizzera.
a sx Tina Pica interpreta Nonna Sabella, regia di Dino Risi, 1957


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